Ripresa o deflazione? Dai dati un puzzle di difficile soluzione

Le statistiche di recente diffusione mostrano l’avvio di una graduale ripresa anche nei paesi della periferia europea, fra cui l’Italia.

Una ripresa ancora incerta nei dati, ma che poggia su fattori di sostegno concreti. In particolare, un contesto internazionale in rafforzamento, e che dovrebbe favorire il recupero dell’export; alcuni miglioramenti del quadro finanziario, testimoniati dalla riduzione dello spread nel corso dell’ultimo anno; la graduale attenuazione della stretta fiscale, con il passaggio ad una fase di quasi neutralità della politica di bilancio.

I fattori menzionati contribuiscono alla normalizzazione del quadro economico, determinando condizioni nel complesso adeguate per farci superare la fase più acuta della recessione, ma ancora insufficienti a imprimere una svolta alla crescita italiana, che nel prossimo biennio potrebbe assestarsi su ritmi modesti.

Vi sono ancora molti elementi di incertezza. I rischi relativi all’impulso della domanda internazionale alle nostre esportazioni riflettono non solo l’eventualità che l’economia mondiale realizzi performance inferiori a quelle assunte nel nostro scenario; conta anche il cambiamento degli equilibri sui mercati valutari, con una sequenza di svalutazioni da parte di diversi paesi, esacerbata nelle ultime settimane dall’indebolimento del dollaro sull’euro. La valuta europea si è rafforzata in misura significativa nel corso dell’ultimo anno, nonostante i tempi della ripresa dell’area euro siano in grande ritardo rispetto alle altre economie avanzate.

Anche il rasserenamento delle condizioni finanziarie internazionali non è scontato. Esso appare subordinato alla disponibilità delle banche centrali a ribadire il proprio sostegno ai mercati. Le reazioni ai primi annunci di normalizzazione delle condizioni monetarie da parte della Fed evidenziano una relativa precarietà degli equilibri su cui si assestano i mercati in questa fase, e la stessa banca centrale Usa ha ribadito di volere procedere con estrema gradualità.

Infine, l’Italia ha realizzato un ampio sforzo di correzione dei conti pubblici, ma i target definiti in sede europea appaiono meno alla portata di quanto non risulterebbe dalle ipotesi dei documenti programmatici.

Più che di altre manovre, avremmo bisogno di definire target più ragionevoli e provare ad assecondare i primi segnali di ripresa evidenziati dagli indicatori congiunturali. L’inversione del ciclo è difatti delineata in Italia come negli altri paesi della periferia dai principali anticipatori. Le caratteristiche del recupero dei paesi della periferia europea mettono anche in luce diffusi segnali di decelerazione della dinamica dei salari e dei prezzi. L’inflazione in queste economie si sta difatti portando su valori bassissimi. Questa decelerazione asseconda il miglioramento della posizione competitiva dei paesi della periferia europea, ma d’altra parte espone contesti molto indebitati alle conseguenze di una risalita dei tassi d’interesse reali. Nel caso italiano questo problema è meno acuto, dato il grado modesto di indebitamento del settore privato, ma pesa sul rispetto degli obiettivi definiti in termini di contrazione del rapporto debito/Pil.

L’economia sembra potere avviare una fase di ripresa, ma a ritmi molto blandi, insufficienti per innescare un recupero del mercato del lavoro. Il tendenziale impoverimento di ampi strati della popolazione italiana non potrà quindi trarre beneficio dalla stabilizzazione del ciclo, anche perché la politica fiscale ha pochi margini di manovra. La debolezza della ripresa porta il divario dell’Italia rispetto alla Germania ad allargarsi, spostandoci in una posizione sempre più marginale rispetto ai circuiti virtuosi della crescita globale.


Fedele De Novellis
Partner di Ref Ricerche

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