“In Italia abbiamo digitalizzato le macchine, non i processi”
Milano, gennaio 2026
«Il digitale? Deve diventare parte integrante dei processi produttivi delle imprese. Ma questo non è ancora avvenuto. È stato un “amore interrotto”. Con Industria 4.0 e con l’evoluzione delle tecnologie produttive, dotate di strumenti digitali, è stato avviato un percorso, che però non è stato concluso. In sostanza abbiamo digitalizzato le macchine, ma non i processi». Carlo Alberto Carnevale Maffè, professore alla SDA Bocconi, stimolato da Link, è estremamente critico rispetto al livello di digitalizzazione delle piccole e medie imprese italiane. E non esita a individuare le priorità su cui dovrebbero concentrarsi, gli errori di valutazione più diffusi e le opportunità da cogliere.
Per prima cosa bisogna comprendere la portata del cambiamento: è necessario guardare oltre i confini dell’azienda e considerare i processi esterni a monte e a valle. A monte ci sono i fattori produttivi, le catene di fornitura, le macchine che rappresentano input fondamentali dei processi industriali. Ed è proprio su questo livello che l’evoluzione della normativa è destinata a incidere in modo determinante. Da un lato la regolamentazione bancaria richiederà maggiore trasparenza e un accesso più strutturato ai dati aziendali; dall’altro interverrà la normativa di prodotto e di processo, con strumenti come il qr code, il passaporto digitale del prodotto, la certificazione di origine e sistemi analoghi. «Non si tratta di meri adempimenti formali», sottolinea, «ma di fattori destinati a innestarsi e ad avere impatto lungo l’intera catena del valore, creando un continuum informativo al quale le piccole e medie industrie dovranno necessariamente collegarsi».
Non a caso in Europa è ormai chiaro che la digitalizzazione dei processi produttivi non è una questione nazionale, ma un tema sistemico sovranazionale, che dovrà inevitabilmente tradursi in un obbligo normativo diffuso lungo le filiere e metterà al centro il valore dei dati di prodotto. Secondo Maffè la semplice disponibilità dei dati, per quanto necessaria, si rivela nel tempo del tutto insufficiente. «La digitalizzazione è sicuramente una questione tecnologica e di competenze, ma prima ancora è culturale e operativa», osserva, rimarcando che «raccogliere informazioni senza saperle interpretare e trasformare in decisioni genera inefficienze e nuove criticità. Per questo la digitalizzazione è una condizione necessaria, ma non sufficiente: il vero salto di qualità risiede nella capacità di valorizzare i dati raccolti, rendendoli strumenti concreti di governo dei processi».
Qui che entra in gioco l’Intelligenza Artificiale (Ai), che secondo l’esperto porterà sempre più con sé competenze di lettura e interpretazione dei dati che è difficile per molte imprese internalizzare, sia per la scarsità di competenze sul mercato sia per i limiti strutturali delle aziende. Maffè sostiene inoltre che l’adozione di direttrici europee in materia di tracciabilità e documentazione obbligatoria segnerà un cambio di paradigma: dopo 40-50 anni di digitalizzazione “appiccicata”, ridotta a etichetta e non a identità, dove il dato era solo leggibile, ma non realmente digitale, oggi si volta pagina con strumenti come il qr code, il prodotto e il processo diventano nativamente digitali, non semplicemente digitalizzabili. «Rendere obbligatori i processi di filiera diventa quindi una scelta inevitabile», commenta Maffé.
Che ruolo gioca in questo processo la distribuzione moderna, penultimo anello della filiera, prima del consumatore finale. Dal punto di vista operativo, quando la distribuzione richiede ai fornitori specifici standard tecnologici, questi non possono che adeguarsi. Il processo a valle assume così una doppia valenza: normativa, ma anche commerciale, in modo diretto e spesso “brutale”, fondato sul potere d’acquisto. È dunque probabile che la moderna distribuzione anticipi e catalizzi l’adozione di requisiti digitali che ormai sono indispensabili per relazionarsi con il consumatore. «Del resto, le grandi piattaforme digitali», considera Maffè, «hanno già trasformato gli scaffali in spazi di scambio informativo. Chi non segue questa evoluzione rischia di perdere terreno rispetto all’e-commerce».
Oggi il consumatore entra in negozio dotato di strumenti di intelligenza artificiale, presenti sullo smartphone, capaci di suggerire cosa acquistare. Ciò che un tempo era confinato all’esperienza online, oggi si estende al mondo offline grazie al mobile… «Se prima la digitalizzazione era una questione di efficienza», conclude Maffè, «oggi è una questione di presenza».