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D’Este: “Da IBC interventi concreti per sostenere la competitività dell’industria dei beni di consumo”

L’obiettivo di Ibc? Contribuire all’evoluzione dell’industria dei beni di consumo nello scenario attuale e in quello che si delineerà nella fase post Covid-19. Ci sono priorità importanti da affrontare, cambiamenti che non possono trovare impreparate le imprese.

È in gioco la competitività del comparto, la sua capacità di creare valore e contribuire alla crescita e alla diffusione di benessere nel Paese». Alessandro d’Este, presidente di Ibc, amministratore delegato e presidente di Ferrero Commerciale Italia, va dritto al punto. «Una crisi economica, allo stato delle cose, è oggettivamente prevedibile », spiega. «L’Italia viaggia verso il 160% di debito pubblico in rapporto al prodotto interno lordo…».

Lo scenario non è confortante. Cosa succederà quando l’Unione Europea metterà da parte l’atteggiamento accomodante che la contraddistingue oggi e probabilmente manterrà fino alla fine del 2022 per effetto del posticipo del Patto di stabilità?

«I governi dovranno fare i conti con il debito accumulato in questi anni. È molto probabile che risponderanno con una politica economica restrittiva. Sono prevedibili aumenti della pressione fiscale. Credo che le industrie dei beni di consumo dovranno porre molta attenzione alle posizioni assunte dalle associazioni industriali rispetto a possibili incrementi della tassazione dei consumi. Alcune di queste sono a favore di un aumento delle tasse indirette, in cambio di maggiore libertà sul cuneo fiscale e sulle imposte sul reddito. Ibc non lo sarà. Si porrà in difesa dei consumi, che rappresentano per l’Italia oltre il 60% del Pil, e la parte maggiore dell’occupazione del Paese, se si considera l’intera filiera, e non meritano di essere penalizzati da aumenti dell’imposta sul valore aggiunto o da tassazioni che colpiscono le materie prime o gli imballaggi».

Già in questi mesi Ibc si è rivolta direttamente al Governo per chiedere il ritiro della plastic e della sugar tax.

«Sì. Abbiamo agito insieme a Federalimentare, coerentemente con una logica di sinergie interassociative. Ritengo che la nostra presa di posizione, insieme a quella espressa da altre parti sociali contrarie alla tassazione, abbia contribuito ad avviare presso la presidenza del Consiglio e i ministeri interessati una più ampia riflessione, che alla fine ha portato al rinvio della plastic tax. Il problema però rimane aperto: fa parte della nostra agenda e quando le condizioni lo richiederanno torneremo a interloquire con le istituzioni difendendo le posizioni delle industrie food e non food. Anche la tassazione sullo zucchero criminalizza una materia prima, quando il problema da affrontare è invece il varo di programmi per l’educazione ai corretti stili di alimentazione e di vita».

Qualcuno potrebbe dire che gli imballaggi in plastica sono un problema per l’ambiente…

«Certamente l’uso sostenibile delle materie prime e il miglioramento degli imballi sono temi di importanza centrale nella attività delle imprese dei beni di consumo dei prossimi anni. È stato ripreso dai “Sustainable Goals” delle Nazioni Unite ed attira sempre una maggiore sensibilità dei consumatori. Ricordiamoci, però, che le varie forme di packaging, tra cui anche quelle in plastica, hanno determinato un enorme miglioramento nella qualità e salubrità degli alimenti e dei farmaci, migliorando significativamente la qualità della vita del genere umano. La riduzione degli sprechi è un dovere, così come gli investimenti per rendere più sostenibile il nostro pianeta. Tuttavia, la soluzione non è il completo abbandono della plastica, quanto un corretto processo di riciclo della stessa».

Diversi mesi di quello che potremmo definire il secondo periodo di lockdown hanno determinato un nuovo rallentamento dell’economia. Ma a preoccupare gli osservatori più attenti è quello di cui non si parla oggi in tv, cioè cosa accadrà nella fase “post lockdown”.

«Dovremo sicuramente capire quali aspetti nuovi permarranno nelle nuove modalità di consumo. Sicuramente ci troveremo di fronte a un maggior peso dei canali commerciali digitali. Gran parte della popolazione è stata sostanzialmente costretta dalle condizioni ambientali ad utilizzare l’e-commerce anche per la spesa grocery e questo ha determinato un salto di relazione accelerato rispetto a quelle che erano le aspettative. Rimarrà un’abitudine agli acquisti da remoto, motivata dalla praticità. Ciò contribuirà ad accelerare ulteriormente l’evoluzione verso l’omnichannel, una ibridazione tra i canali fisico e digitale, con un forte aumento della componente servizio. Ad essere coinvolte saranno sicuramente le aziende della moderna distribuzione, che progressivamente stanno integrando e potenziando nella loro offerta di format e-commerce. La qualità del servizio online rientrerà tra i parametri di giudizio di un’insegna distributiva e influirà sulla scelta dei suoi punti di vendita fisici».

Gli effetti di Covid-19 sul tessuto sociale saranno marcati? Con quali conseguenze sul consumatore e sulle strategie delle industrie aderenti ad Ibc?

«Probabilmente assisteremo a una polarizzazione dei consumatori. Una parte importante della popolazione sarà costretta, per effetto della dinamica negativa dell’occupazione, a rifugiarsi verso attività promozionali o prodotti di prezzo basso. Un’altra porzione esprimerà un comportamento sempre più attento alla qualità. Cioè al controllo della filiera, delle materie prime ed alla sostenibilità. L’attenzione per l’ambiente e per le esigenze della società vanno di pari passo con la richiesta di prodotti con caratteristiche specifiche, di coltivazioni biologiche. Questi elementi costituiranno in misura sempre maggiore punti di riferimento per le scelte del consumatore. Le industrie dei beni di consumo, dal mio punto di vista, hanno solo una via per la difesa del loro conto economico: investire nelle produzioni di qualità. Solo coloro che avranno la forza per investire ulteriormente su questi aspetti avranno la possibilità di spuntare un premio sulla vendita dei loro prodotti. E far leva sulle loro differenze per farsi scegliere».

Come può contribuire Ibc a generare un efficace presidio del mercato da parte delle industrie associate?

«Il Consiglio direttivo ha dato il via libera a un piano che si pone diversi obiettivi. Vogliamo rafforzare la visibilità di Ibc sulle istituzioni, diventare interlocutori sulle questioni che impattano sulla dinamica della domanda e sull’attività delle industrie alimentari e non alimentari associate, tenendo in particolare considerazione le piccole e medie. Un altro obiettivo è aggregare maggiormente tutte le aziende: attraverso l’associazione possono essere coinvolte in progetti specifici. I temi della qualità, della sostenibilità sociale e ambientale saranno il banco di prova. Ingaggiare le aziende su progetti di miglioramento in questi campi significa contribuire al rafforzamento della loro competitività sui mercati internazionali. Significa distinguersi dai concorrenti che operano con i loro prodotti nella dimensione delle commodities e operare nell’area della creazione di valore per la filiera. Significa lavorare per rafforzare la propria reputazione, che non è solo una questione di qualità dei prodotti, ma di ruolo e di comportamento complessivo dell’impresa nel mercato e nella società».

Avete già varato nuovi progetti?

«Ne segnalo due. Il primo è stato la realizzazione, in partnership con Centromarca e Nomisma, di un’indagine sull’industria alimentare di trasformazione che è stata presentata nel mese di settembre nell’ambito di una diretta streaming che ha visto la partecipazione di Teresa Bellanova, ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali; di Paolo De Castro, presidente del comitato scientifico di Nomisma; del presidente di Centromarca Francesco Mutti (si veda il servizio a pagina 13, ndr). Il secondo è il piano pluriennale di lavoro nel campo della sostenibilità ambientale e sociale, che si pone l’obiettivo di promuovere la rendicontazione delle attività e di stimolare l’impegno delle aziende, soprattutto delle piccole e medie, nel conseguimento dei Sustainable development goals (Sdgs) definiti dall’Onu. È un progetto impegnativo – che affronteremo coinvolgendo le istituzioni e appoggiandoci a partner di primo piano come la società di consulenze PwC e l’Associazione italiana per lo sviluppo sostenibile – di cui presto daremo capillare informazione alle industrie associate».

Un altro fronte d’impegno sono i rapporti con la moderna distribuzione. Cosa è stato fatto da Ibc in questi mesi?

«In materia di contrasto alle pratiche commerciali scorrette nella filiera agroalimentare, Ibc è stata tra i promotori di un’intesa che definirei “storica”, tra industria e distribuzione. Insieme a Centromarca, Federalimentare, Adm, Ancc-Coop e Ancd-Conad e Federdistribuzione ne ha sottoposto il contenuto  ai ministri delle Politiche agricole alimentari e forestali e dello Sviluppo Economico. Il nostro obiettivo è far introdurre, in fase di recepimento in Italia della Direttiva europea contro le Unfair trading practices (Utps), indicazioni che garantiscano reale efficacia al provvedimento. Il principio fondamentale cui abbiamo fatto riferimento è unfair is unfair, cioè una pratica commerciale è sleale indipendentemente dalle dimensioni degli attori, dal comparto di appartenenza, dal fatturato. Ritengo importante ringraziare tutte le persone e gli enti che hanno reso possibile l’intesa e in particolare Francesco Mutti, presidente di Centromarca, per la straordinaria condivisione e sintonia. Sottolineo, infine, l’apertura di Adm, attraverso il suo presidente Marco Pedroni, a sviluppare, forse per la prima volta, una posizione condivisa nell’interesse della intera filiera. Credo sia un segno della consapevolezza tra industria e distribuzione. In tempi difficili, collaborare può essere più importante che competere».

Un efficace recepimento della Direttiva creerebbe le premesse per un intervento del legislatore anche a tutela del non alimentare?

«Sarà il passo successivo su cui ci impegneremo come associazione. Non sarebbe ammissibile avere un ambito del mercato protetto e un altro privo di difese dalle Utps». Unfair is unfair!